AI e Longevità

AI e longevity
Endri Basha
Endri Basha

GenHub Lead

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Viviamo più a lungo, lavoreremo più a lungo e lo faremo accanto a un’intelligenza artificiale che sta ridisegnando il modo in cui si impara, si decide e si cresce. La nostra ricerca in sei mercati mostra che l’età, da sola, non spiega come le persone vivono l’AI. Ed è proprio qui che si apre la più grande opportunità per le organizzazioni.

 

Il mondo del lavoro sta attraversando due trasformazioni profonde nello stesso momento. La prima è demografica: natalità in calo e aspettativa di vita in crescita significano carriere più lunghe, meno lineari, fatte di pause, ripartenze e seconde vite professionali. La seconda è tecnologica: l’AI sta cambiando il modo in cui il lavoro viene svolto, valutato e distribuito. Prese insieme, queste forze non trasformano solo le competenze. Trasformano le relazioni, le aspettative e gli equilibri di potere che danno forma alla vita lavorativa.
Eppure continuiamo a raccontarle con categorie vecchie. L’AI come una sfida puramente tecnologica, le generazioni come compartimenti stagni: i giovani “nativi dell’AI”, i più maturi resistenti o a rischio di restare indietro. La ricerca di Kantar in partnership con Ageism Is Never In Style®, parte da una premessa diversa. L’età non basta a spiegare come le persone vivono, adottano e si relazionano con l’AI al lavoro.

Longevità, nell’era dell’AI

Fino a sei generazioni nello stesso ecosistema di lavoro

Tra il 2000 e il 2025 l’aspettativa di vita è cresciuta in tutti e sei i Paesi analizzati: Brasile, India, Italia, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti. Vite più lunghe si traducono in vite lavorative più lunghe, e le persone lo sentono già: tre su quattro si aspettano di lavorare più a lungo delle generazioni precedenti, con una convergenza sorprendente tra Gen Z (75%), Millennials (78%), Gen X (76%) e Baby Boomers (71%).

Nel frattempo, l’AI è già entrata nella quotidianità: circa quattro persone su cinque la usano, e solo il 9% dichiara di non usarla affatto. 

Oltre l’età: quattro relazioni con l’AI

Un nuovo framework per leggere la forza lavoro

Per superare le scorciatoie anagrafiche abbiamo sviluppato gli AI relationship profiles, che osservano come le persone posizionano l’AI rispetto al proprio lavoro: fiducia, rischio percepito, sicurezza, stress e identità professionale. Ne emergono quattro profili, e nessuna generazione è omogenea.

Athena è il profilo dominante in tutte le generazioni. I Baby Boomers hanno la quota più alta di Cassandra (31%), ma anche tra loro il gruppo più ampio è Athena (45%): non una chiusura, ma un’apertura pragmatica che si attiva quando l’AI si dimostra affidabile, trasparente e utile. I Millennials sono i più orientati all’esplorazione, con il 30% di Ulysses, e fanno spesso da ponte tra sperimentazione e pratica quotidiana. La Gen Z è la generazione più polarizzata: la quota più alta di Ulysses (37%) convive con un 12% di Atlas. Per chi è all’inizio della carriera l’AI è opportunità e pressione allo stesso tempo, e la barriera principale non è la sfiducia, ma il ritmo, il carico di lavoro e la sicurezza.

La generazione che guida il cambiamento

La Gen X e la stewardship pragmatica

Se c’è una generazione che sta trasformando la strategia AI in realtà operativa, è la Gen X. Occupa molti dei ruoli manageriali ed executive in cui si decide l’adozione, e guarda all’AI con la lente della responsabilità. Più

che chiedersi se l’AI sia sorprendente, si chiede se si integra con i processi, con la governance, con le aspettative sul rischio.
La fiducia nei contenuti generati dall’AI scende con l’età, dal 42% della Gen Z al 30% della Gen X e al 18% dei Baby Boomers. Ma leggere questo dato come resistenza sarebbe un errore. È il segno di chi siede più vicino alle decisioni su persone, budget e performance, e quindi al punto critico tra ciò che l’AI produce e ciò che l’organizzazione ne ricava. Lo chiamiamo stewardship pragmatica: la Gen X accoglie l’AI quando rafforza il giudizio umano, migliora la produttività e opera dentro un quadro chiaro di responsabilità.

Cosa ci aspetta

Sei cambiamenti che separeranno chi coglie l’opportunità della longevità da chi ne subisce i costi

  1. Dalle metriche di adozione alla decision intelligence. L’uso converge tra le generazioni, il significato no. Servono framework condivisi su cosa serve l’AI, cosa rende buono un output e chi ne risponde quando sbaglia.
  2. Dalla segmentazione per età a un design consapevole dei profili. Le generazioni offrono contesto, non destino. Formazione, change management e valutazione andranno costruiti attorno ai profili, sapendo che prudenza e sovraccarico esistono in ogni generazione.
  3. Dall’efficienza dei ruoli d’ingresso al ridisegno della pipeline. Ruoli junior, mentoring e criteri di crescita vanno ripensati perché l’apprendimento sopravviva all’automazione, insieme alla capacità di riconoscere e contrastare i bias di età nell’AI.
  4. Dall’accesso agli strumenti all’accesso alle opportunità. La disuguaglianza decisiva non è più chi ha l’AI, ma chi accede ai progetti ad alto impatto, alla formazione strutturata e alla visibilità che l’AI oggi media.
  5. Dalla coesistenza multigenerazionale alla coesione intergenerazionale. Imparare e collaborare tra età, esperienze e fasi di carriera diverse diventerà una delle competenze professionali più importanti.
  6. Dai messaggi sull’innovazione alla credibilità sotto i riflettori. L’employer brand sarà misurato su quanto le narrazioni sull’AI si traducono davvero in inclusione, apprendimento e crescita lungo tutto l’arco della vita lavorativa.

Un unico problema di design

Longevità, forza lavoro multigenerazionale e AI sono forze interconnesse. Affrontarle in parallelo non basta più. Le organizzazioni che sapranno crescere le tratteranno come un unico problema di design, collegando l’accesso all’apprendimento, l’apprendimento alla visibilità e la visibilità alla crescita, lungo carriere più lunghe e fatte di più fasi.
È questa, per noi, la vera intelligenza per l’adozione dell’AI. Non chiedersi quanti la usano, ma progettare le condizioni perché ogni persona, a ogni età, possa imparare, contribuire e crescere insieme a lei.

La ricerca

AI & Longevity è un’indagine quantitativa online (CAWI) condotta da Kantar attraverso i propri panel online accreditati tra il 27 gennaio e il 5 febbraio 2026 in Brasile, India, Italia, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti, con 500 interviste per mercato (n=3.000). Il campione è costruito con quote su genere, età e area geografica e i dati sono ponderati sugli stessi target. Lo studio è stato sviluppato dal No Limits ERG di Kantar in partnership con Ageism Is Never In Style®, la consulenza globale su età, intelligenza generazionale e inclusione.
Per scaricare lo studio completo click su Ageism Is Never In Style. 

 

 

 
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