Sarà il Covid-19 a farci colmare il “payment divide”?

19 maggio 2020
Sarà il Covid-19 a farci colmare il “payment divide”?
Flora
Bova

Client Manager, Customer Experience, Insights Division

Valeria
Chiappini

Associate Director, Brand Strategy & Guidance, Insights Division

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Italia a due velocità anche nei payments

Quando si tratta di pagamenti digitali, l’Italia degli ultimi anni è sempre più a due velocità: se da un lato il cash rimane saldamente al comando, la crescita a tre cifre degli innovative payments ci rivela come una quota di italiani sia stata invece sedotta dall’experience dell’e-money.

Non è peraltro una novità come l’Italia sia un Paese di contraddizioni e di discrasie, e in tema di digitalizzazione lo siamo in maniera lampante. Siamo un Paese in cui virtualmente ogni cittadino ha uno smartphone in tasca ma abbiamo una penetrazione di internet ed ecommerce tra le più basse d’Europa. Vi è dunque un legame indissolubile tra la sfida della cashless society e quella più ampia della digital society.

Potrà essere il Covid-19 una leva di modernizzazione del Paese? Sarà la pandemia a farci spingere ulteriormente sull’acceleratore nel nostro percorso verso la cashless society reclutando anche chi, fino a oggi, era stato refrattario all’adozione degli strumenti di pagamento elettronici e digitali?

Nel pre-pandemia segnali di cambiamento

Partiamo dal pre-pandemia.

È noto come in Italia la penetrazione degli strumenti di pagamento cashless sia sensibilmente inferiore alla media europea. Sebbene infatti il volume dei pagamenti effettuati con carte di pagamento sia cresciuto in media dell’8,4% all’anno nell’arco temporale 2012-2019[CV(c1] (e dell’11% solo nell’ultimo anno), l’Italia rimane al 23° posto in Europa per volume delle transazioni cashless, che ammontano solo al 20% del totale (Fonte: https://www.ambrosetti.eu/wp-content/uploads/Speciale-Pagamenti-Digitali-ITF-MAR-APR-2020-4.pdf ).

Il quadro però sta rapidamente mutando: si pensi che in un solo anno, come rivelano i dati dell’Osservatorio Innovative Payments del Politecnico di Milano, sono triplicati gli italiani che hanno cominciato a utilizzare lo smartphone per pagare in negozio. Si tratta di tre milioni di nostri connazionali, che sembrano peraltro utilizzarlo in maniera intensa, spendendo annualmente tra i 500 e i 600 euro, a riprova del potere fidelizzante dell’experience dei pagamenti digitali.

Getta ulteriore luce su questo fenomeno una ricerca svolta da Kantar per l’Osservatorio Innovative Payments del Politecnico di Milano su un campione di 2.000 utenti internet tra i 18 e i 64 anni, rappresentanti di quella quota di popolazione e con un’attitudine di early adopter che costituisce la testa d’ariete verso la cashless society. Ebbene, tra costoro, il 13% dichiara di pagare con lo smartphone in negozio.

 

Ma lo smartphone sembra essere diventato un punto di riferimento a tutto campo per le operazioni transazionali: l’85% lo ha utilizzato negli ultimi sei mesi per acquisti online, preferito al pc per la comodità e la velocità dell’acquisto (49%), la possibilità di fare acquisti fuori di casa o in viaggio (37%) e il fatto di poter pagare velocemente grazie ad informazioni già salvate sul dispositivo (18%). Si utilizza lo smartphone anche per ricariche telefoniche (41%), pagamenti di bollettini (19%), acquisto di biglietti per trasporti pubblici (11%). Sono, invece, l’11% del campione coloro che usano servizi p2p per il trasferimento di denaro ai propri contatti.

I sistemi di Mobile Payment conquistano per la velocità dei pagamenti (44%), e quindi un risparmio di tempo, per l’estrema comodità (28%) e l’accessibilità dell’acquisto da casa e in mobilità, 24 ore al giorno, 7 giorni a settimana (27%). Lo smartphone, inoltre, sta diventando del tutto assimilabile a un portafoglio elettronico e consente di lasciare a casa il denaro e di selezionare dal cellulare la carta o il conto con cui pagare, feature apprezzate rispettivamente dal 18% e dal 21% degli intervistati.

La soddisfazione per l’experience del mobile payment è tale che (88%) del campione si dichiara propenso o molto propenso ad utilizzare lo smartphone per pagare anche in futuro. E possiamo presumere che siano soprattutto barriere strutturali a porre un tetto a un uso ancora più intenso da parte di quegli user che da questa experience sono già stati conquistati - prima fra tutte evasione fiscale e riluttanza degli esercenti a farsi carico dei costi (soprattutto rispetto ai micropagamenti).

 

Cosa è successo con l’emergenza Covid-19: non solo ecommerce

La pandemia ha comportato un ulteriore avvicinamento degli italiani al cashless, e non solo nel canale online. Player del settore come Satispay, Hype o MyBank hanno dichiarato numeri da record.

La crescita dell’ecommerce soprattutto nel food&grocery è stata tanto esponenziale da saturare il sistema e toccare il tetto logistico, ma hanno raggiunto crescite a due cifre anche categorie come farmacia, cura della persona, elettronica (trainata dal boom dello smart working e della scuola a distanza), fino ai pagamenti legati ai servizi e alla pubblica amministrazione, con l’impulso – a proposito di modernizzazione del Paese – dato a pagoPA.

Vi è ragione di pensare che si siano rivolti al canale online anche user solitamente riluttanti: si pensi che secondo un’indagine di Netcomm, il Consorzio del Commercio Digitale Italiano, il 71% dei propri associati ha guadagnato nuovi clienti durante il lockdown.

Il timore di maneggiare il contante, indicato peraltro anche dall’OMS come possibile veicolo di contagio, ha portato a un maggiore utilizzo dei pagamenti cashless anche nel canale fisico. Infatti secondo i dati del Covid-19 Barometer1 di Kantar, giunto alla sua terza wave, il 57% degli Italiani dichiara di usare di più gli strumenti di pagamento elettronico anche offline rispetto a prima della crisi Covid-19. E sono sempre di più: erano il 49% all’inizio del lockdown.

L’inclinazione a evitare il contatto potrebbe peraltro favorire in particolar modo le modalità c-less o ancora meglio NFC: un recente paper BIS (Bank International Settlements) ha sottolineato infatti come il rischio di contagio attraverso il chip&pin sia maggiore che con il cash (stante il più lungo tempo di sopravvivenza del virus sulla plastica rispetto alla carta), e come alcune Banche centrali stiano attivamente incoraggiando l’utilizzo di strumenti contactless.

La crescita dei pagamenti elettronici e digitali non è peraltro dovuta solo a un’evoluzione degli atteggiamenti lato consumer. Anche lato merchant sono e stanno cambiando le cose. Si pensi al boom dei servizi di delivery, che ha consentito a tanti negozianti di quartiere di rimanere a galla nonostante il lockdown: in questo senso la capacità di convertirsi in fretta all’accettazione degli strumenti di pagamento elettronici è stata una leva di sopravvivenza (e in prospettiva di competitività) formidabile. Fa leva su questo bisogno degli esercenti il nuovo servizio di Satispay “Consegna e ritiro”, che permette agli esercenti di ricevere gli ordini telefonicamente, richiedere e accettare i pagamenti tramite app.

Sarà più cashless l’Italia post-Covid19?

Frutto della pandemia, questo shift verso gli strumenti di pagamento cashless anche nel canale fisico potrebbe essere destinato a restare anche dopo la fine del lockdown e il ritorno alla (nuova) normalità: sempre secondo i dati del Barometer Kantar infatti, tra coloro (il 57%) che in virtù del Covid-19 hanno cominciato a utilizzare di più gli strumenti cashless, il 75% dichiara che continuerà a farlo anche in futuro.

Provata l’experience del pagamento elettronico e digitale, verrebbe da dire, non si torna indietro. E non si torna indietro neanche dopo che si è aperta una breccia nella tradizionale riluttanza dei merchant, che dell’accettazione stanno forse definitivamente scoprendo il valore.

1Fonte: COVID-19 Barometer è lo studio lanciato da Kantar a livello globale per analizzare il sentiment dei consumatori e individuare le implicazioni per i Brand, nei diversi Paesi in wave ripetute per monitorare il cambiamento con l’avanzare della crisi (prima wave +30 Paesi coinvolti, le successive più di 50 Paesi). Lo studio analizza i Paesi individualmente e in gruppi secondo il livello di diffusione dell’epidemia ed è rappresentativo della popolazione nei diversi paesi, secondo genere, area geografica, età. I risultati sono disponibili, a pagamento, per tutti i Paesi individualmente o a livello Globale www.kantar.com/Campaigns/Covid-19-Barometer.

Lo studio è stato effettuato:

  • Nella 1^ wave, su più di 25.000 consumatori maggiorenni - 500 per Paese (1.000 per l’Italia). Il field ha avuto luogo online, fra il 13 ed il 23 Marzo.
  • Nella 2^ e 3^ wave, che ha ascoltato più di 30.000 consumatori maggiorenni, di più di 50 Paesi (500 per Paese a parte Italia 1000 casi), il field ha avuto luogo fra il 27 ed il 30 Marzo e fra il 10 – 13 Aprile, per la maggior parte online, oppure con indagine telefonica.

L’analisi comparata è stata effettuata per i seguenti Paesi, presenti in tutte e tre le waves: Belgio, Canada, Cina, Francia, Germania, Italia, Olanda, Nigeria, Polonia, Portogallo, Repubblica d’Irlanda, Arabia Saudita, Sud Africa, Sud Corea, Spagna, UAE, UK, USA

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